Viola e il Passato che non è Passato

Ai tempi delle elementari Viola passava molti pomeriggi a fare i compiti di italiano. Lettura del brano assegnato, riassunto scritto e analisi grammaticale dello stesso. Per lei era uno strazio dover analizzare tutte quelle parole, ma, come ogni cosa ripetuta molte volte, dopo un po’, pesava meno. Così, di pomeriggio in pomeriggio, individuare la funzione grammaticale di ogni parola divenne un’azione quasi automatica. Rapida e senza tentennii.
IL (articolo determinativo, maschile singolare)
SUL (preposizione articolata, su+il, maschile singolare)
Ma qualche domanda Viola se la faceva ancora.
Ci sono parole, infatti, che possono avere più ruoli grammaticali. Prendiamo ”corsa”: è un participio passato (sono CORSA a casa mia) o un nome comune di cosa (faccio una CORSA ogni giorno) ?
In realtà, per evitare queste ambiguità, si analizza l’intero verbo al passato prossimo ”sono corsa”, però Viola non poteva fare a meno di pensare a quanto sia bello che alcuni elementi grammaticali perdano la loro significazione, se estrapolati dal contesto in cui appaiono.
Ciò che circonda l’uomo (l’ambiente, il suo tempo) lo struttura, lo forma, lo dota di un senso.
È per questo motivo che dobbiamo necessariamente fare un salto all’indietro.
Andiamo negli anni Sessanta.
Gli anni di Kennedy e del suo assassinio, della minigonna, del famoso discorso ”I have a dream”, gli anni del giornalismo di denuncia e di Woodstock.
Sono anni pieni.
Sulla scena musicale si fa strada il poliedrico David Bowie che con le sue performance originali riesce ad ottenere un gran seguito.
Ci sarebbe un’infinità di cose da raccontare su di lui, ma voglio (anzi, Viola vuole) parlare dell’androginia che scelse di accentuare. Infatti, già naturalmente aiutato dal suo fisico asciutto e dalla fisionomia del suo viso estremamente nordico, decise di esasperare questi suoi tratti e di fare delle sue diversità la propria riconoscibile cifra stilistica. Volle indossare abiti femminili ed aumentare la spigolosità del suo viso con il make-up. Però, nonostante questa sua chiaramente esposta parte femminile, era acclamato come un grande affascinatore.
La dimensione musicale viene arricchita anche dai giovani Rolling Stones che, seppur molto diversi da Bowie, con il celebre riff di Satisfaction entrano nelle case e nelle docce di tutti.
Anche Mick Jagger palesa la propria leadership e lo fa con un modo di esibirsi tutto suo. Inimitabile! Come cantano i Maroon 5, nessuno può muoversi come Jagger: l’esile e ribelle Mick utilizza la sua magrezza per performare in maniera unica, ballando con movenze cariche e oscillanti, quasi femminili. Ancora una volta.
Ma la sua virilità e il suo sex appeal restano invariati.
Saranno mica gli anni Sessanta e la moda del richiamo al femmineo?
Sicuramente c’entra il carattere dell’epoca, poiché il contesto influenza le particolarità umane ed il loro sviluppo. Ma non finisce tutto qui: c’è molto altro.
Sono da citare anche Steven Tyler, leader degli Aerosmith e Robert Plant, voce dei Led Zeppelin, con il loro modo animalesco di mangiare il palco. Devastante, potente, sessuale.
Frontmen erotici, certo, ma ambigui. La componente femminile pare essere essenziale in quegli anni e non fa diminuire -anzi incrementa- l’attrattiva dei sex symbol. Anche in quegli anni. Già, perché il successo di Tyler e Plant si colloca nei mitici anni Settanta. È passato un intero decennio dagli esordi di Bowie, per cui la spiegazione cronologica vacilla.
Vogliamo parlare poi dei colorati anni Ottanta e della musica di allora?
Nomino soltanto il sinuoso Dave Gahan dei Depeche Mode, i capelloni dei Van Halen che fanno ballare tutti con Jump del 1984 e i Poison che nel video di Dani California dei Red Hot Chili Peppers vengono imitati dalla band americana proprio in virtù dei loro abiti attillatissimi, delle loro zeppe e del loro make-up.
”Ma era la moda di quell’epoca”, direbbe la mamma di Viola. Ok, ma quale epoca?
Gli anni Sessanta?
Forse i Settanta?
Oppure gli Ottanta?
Non si possono liquidare così 30 anni.
Inoltre, per complicarci le cose, c’è da dire che anche nei concerti odierni i frontmen di band del passato perpetuano queste movenze femminee e che, nonostante ciò, mantengono inalterato il loro valore di icona virile.
Ma come spiegare questo paradosso? Non tra fascino e androginia -sia chiaro- ma tra sinuosità e virilità.
Con l’analisi grammaticale, suggerisce Viola.
Le mode di ogni tempo vengono sempre riprese e ottengono sempre successo perché il successo non simboleggia qualcosa di passato, ma una conquista. Pensate a Madonna e al ritorno della moda anni 80 che ha lanciato con la recente Hung up.
La verità è che, in ambito musicale, il successo non funziona come un participio passato, ma come un nome comune di cosa.
Il successo è qualcosa che vive, qualcosa che risuona e che può risuonare ancora,
perché il Successo è un fatto, non un fatto che è Successo.

Attenti a Viola

Mi ricordo che quando ero più piccola mi lamentavo spesso delle bugie dette male. In particolare, mi riferisco a quelle bugie nate per attirare attenzione e che non danneggiano il prossimo. Quelle del tipo ”Io ho letto tutti i libri di Harry Potter” oppure ”Mi hanno detto che la pizza più buona del mondo la fanno in un posto di fronte ad un negozio di cappelli e guarda caso dalla vetrata di questa pizzeria vedo un negozio di cappelli. Quindi, è questo il posto!”.
Bugie del genere mi capita di ascoltarle ancora oggi, purtroppo, ma gli anni mi hanno regalato più leggerezza e un senso della giustizia meno pressante. Così, se mi accorgo che qualcuno sta mentendo lascio correre.
Oggi.
Ma in passato, no.
Non potevo lasciar stare, non sapevo chiudere un occhio e permettere che qualcuno mentisse e che, magari, si prendesse meriti a lui estranei.
Perciò, quando captavo una bugia ricorrevo ad un infallibile metodo: inventavo una bugia correlata a quella sentita, ma detta con un tanto grande entusiasmo che il bugiardo in questione non poteva che assecondarmi, dando credito a qualcosa di finto. Ecco fatto. Sgamato!
Riporto un esempio perché me lo ricordo e perché -sarò sincera- mi diverte molto sapere che a 12 anni circa ero così adorabile.
Io: ”ieri sera ho visto Ritorno al futuro.”
X: ”anche io ieri sera l’ho visto!”
Io: ”Hai visto quando incontra nel futuro quella ragazza con i capelli rossi? Mi fa troppo ridere!”
X: ”si, anche a me, è troppo simpatica!”
Inutile dire che non c’era nessuna ragazza con i capelli rossi troppo simpatica.
C’era solo una bimba con gli occhioni marroni, i capelli troppo lunghi e uno spiccato egocentrismo.
Probabilmente ho iniziato troppo presto a vedere i gialli con Poirot e Miss Marple, o forse sono stati gli indovinelli e le cacce al tesoro che spesso i miei genitori mi proponevano. Non so, ma sta di fatto che la tendenza a smascherare un misfatto, anche se innocuo e infantile, era insita in me e non sapevo tenerla a bada.
Questa spinta al vero era, però, bilanciata da un impulso diverso che non so per certo come definire. Forse si trattava di comprensività o semplicemente di educazione.
Proprio grazie a questo impulso, non palesavo quali fossero le mie intenzioni e non rivelavo a nessuno che usassi talvolta le mie domande per smentire delle affermazioni.
I miei interlocutori ormai sbugiardati continuavano a credere che la ragazza coi capelli rossi di Ritorno al futuro, per intenderci, esistesse e che fosse troppo simpatica. Credevo fermamente che far capire che avevo capito fosse a suo modo una piccola umiliazione per quel X, che con buona probabilità voleva soltanto attirare la mia attenzione o sentirsi partecipe di un breve momento.
Per cui evitavo di svelare il tutto, anche se solo al diretto interessato, e mi compiacevo intimamente di aver riconosciuto una bugia.
Lo sapevo solo io, insomma, e andava bene così.

Viola gioca a chiudere gli occhi

10.11.2016
14.13

Di Viola questa è la breve storia,
vi racconto di quando perse la capacità motoria,
non quella che coinvolge gli arti
o altre parti,
ma quella che riguarda lo sguardo
e gli occhi chiusi, che poi furono il suo traguardo.
Con poca maestria, vi ho svelato il finale,
ma, sapete, in una storia non è sempre l’essenziale.
Conta conoscere le vicissitudini, ciò che accade,
sicuramente anche come ci si rialza, ma soprattutto come si cade.
Non ricordo se Pinocchio resta o meno un burattino,
però, ho chiari in mente tutti gli eventi che ha vissuto in qualità di bambino.
Divenne un umano, questo è sicuro,
e ne passò tante, dalla Fata al bosco oscuro,
conobbe personaggi buoni e cattivi
e persino animali parlanti, che ci fa strano che siano vivi.
Ciò è un esempio lampante
di come la fantasia impreziosisca il durante
e mai il finale,
perché esso è la morte di tutto ciò che c’è di originale.
Ancora, potrei elencarvi innumerevoli casi
di cui non mi sovviene la fine, ma il mezzo… le fasi.
Ad esempio, di Alice ricordo il meraviglioso viaggio
-e per dire diversamente, ci vuole coraggio!-
e di Biancaneve è importante l’incontro coi nani,
non quello col principe e i loro futuri piani.
Al pubblico l’esito poco interessa,
infatti, non ci si sforza: ”felici e contenti” è una formula fissa.
La fine di una storia vale poco,
per questo non ho esitato a raccontarvi il traguardo di Viola come se fosse un gioco.
Ora si scherza e si citano favole di ogni sorta,
ma Viola ha sofferto perché una mano nessuno gliel’ha porta.
è stata costretta a restare ferma, ad abituarsi,
a non sentire più la pioggia e ad accontentarsi.
In verità, non è giusto circoscrivere la sua condizione
ad una costrizione:
in fondo, Viola scelse da sola quel vivere quotidiano
e non accettò mai nessuna mano.
Tutti i suoi mesi passavano felici, in fin dei conti,
non curanti degli eventi della vita di Viola che alle lacrime erano pronti.
Infatti, in quegli anni accaddero tante cose, veramente,
ma reagì bene: rinforzandosi dolcemente.
Piena e stanca, per via di questi brutti fatti,
rimase immobile, e non a tratti,
si fermò proprio totalmente,
come se del suo futuro non gliene importasse niente.
Fu così che passò un bel po’ di tempo ferma a fissare il soffitto,
abituandosi al pensiero che non potesse esserci un cielo oltre il suo tetto.
Poi capì: Viola poteva guardare altrove,
poco o meno importa dove,
quel che conta era che poteva spostare lo sguardo.
Così Viola lo fece, disse basta e quello fu il suo traguardo.
Tu puoi fare come Viola fece allora:
ammira e studia ogni cosa, guarda, esplora.
La tua finestra da sul mondo
e, se è tondo,
puoi farci un giro,
anche solo il tempo di un sospiro.
Infatti, Viola non si fermò al noto, cercò di oltrepassarlo,
perché la novità è un ottimo modo di occupare il tempo, di impiegarlo.
Così, passato qualche anno,
-molti di voi già lo sanno-
Viola si impegnò a spostare gli occhi di mattina in mattina:
non si era mai sentita a se stessa così vicina.
Anche quando li chiudeva,
lasciava avvolgersi da quel buio che vedeva,
perché in quella quiete amava restare,
e finalmente da sola avanzare.
Aspettava con ansia i momenti da passare da sola -questo lo confessa-
perché comprese che avrebbe trascorso l’intera vita in compagnia di se stessa.
Comunque, Viola un sabato mattina decise di guardare il panorama,
sapendo che sia dentro sia fuori la finestra c’è qualcuno che la ama
e, siccome vi ho anticipato che il finale è irrilevante,
la chiudo qui la storia di Viola e di quanto la passività sia preoccupante,
augurandomi che il panorama che Viola ha ammirato non sia immaginario.

Sipario.

A Viola quei baci bugiardi sembravano veri

Arrivano quei momenti in cui si ha la voglia ed il bisogno di stare soli.
Magari, di sera. Magari, dopo lo shampoo. Magari, quando si è fulminata la lampadina del lampadario sul soffitto e quando, magari, si accende una lampada portatile comprata un po’ per caso da IKEA.
Quando c’è poca luce, ecco. Ma, allo stesso tempo c’è tanto rumore.
È l’asciugacapelli, infatti, che con il suo calore mi tocca le spalle, mi avvolge e accompagna quelle canzoni che ho selezionato accuratamente per la mia playlist di YouTube.
Ora, se non fosse per le mille interruzioni pubblicitarie, l’atmosfera sarebbe perfetta. Però, ogni 4 minuti parte Renzi che si avvale dei dati Istat per mostrare quanto sia incrementato il numero di assunzioni dopo il Jobs Act. Al di là delle simpatie politiche e della poca chiarezza sulla determinatezza del tempo dei contratti di lavoro, stai zitto e fammi sentire Alanis Morissette!
Accade così, insomma, che dopo un paio di canzoni (e pubblicità), inizia la canzone adatta a quel momento.
Struggente, nostalgica e profonda: Sei dei Negramaro. Essa risuona nella mia testa come un’eco; le parole le sento anche quando sono già passate. Quello che è stato detto viene trascinato dai versi che vengono dopo.
Quei momenti in cui si ha la voglia ed il bisogno di stare soli arrivano.
In un istante diventai Viola, perché, guardandomi allo specchio con i capelli ormai asciutti, mi ritrovai ad interpretare un ruolo: quello del protagonista del testo della canzone.
Viola chiede alla se stessa nello specchio di raccontarle quel che lei era un tempo e che ora non è più, perché la vicinanza ad una persona l’ha cambiata.
Infatti, Viola si rende amaramente conto che ora è quel che c’è nello specchio e quello è un riflesso che non le appartiene, in cui non si riconosce, a cui assomiglia, certo, ma non è lei. Allora, chi è?
È una donna ormai diversa, che si è appoggiata talmente tanto ad una persona da divenire identica a quest’ultima.
Le persone, infatti, lasciano le proprie tracce ovunque: negli occhi, sul viso, nell’aria. Resta la loro impronta ed è difficile mandarla via. È come se fosse tangibile il ricordo ed è proprio come se si riversasse sul presente, modificandolo.
Viola si vede allo specchio così com’è ora: diversa ormai, per via di quella troppa vicinanza e di tutti quei baci dati ad una persona a cui è ormai simile. (Questa frase non mi piace, è ridondante, ma è uscito fuori un chiasmo antitetico così bello che quasi quasi la lascio!)
Eccolo il punto di svolta. Ecco quando Viola prese coscienza.
Fu quella sera, dopo lo shampoo, quel momento in cui capì che ogni relazione è un compromesso, una mitigazione.
Sosteneva Jane Austen che il segreto di ogni rapporto sta nell’incontro di due atteggiamenti apparentemente contrastanti. Prendete Orgoglio e Pregiudizio, ad esempio: i due protagonisti impersonano l’uno o l’altro sentimento in modo alternato, fin quando non trovano un accordo tacito, possibile solo se si fa un passo indietro e se si leviga il proprio pungente comportamento.
In fin dei conti, ogni relazione è un incontro a metà strada, in quell’esatto punto che, paradossalmente, si raggiunge solo facendo passi indietro.
Comunque, alla fine della canzone dei Negramaro, Viola me lo disse chiaramente che aveva capito che, a furia di fare passi indietro, era uscita di strada.
L’unica cosa di cui necessitava e che desiderava fortemente era starsene al buio, da sola, ad ascoltare le altre canzoni.
Senza le pubblicità, questa volta.
Dopotutto, quei momenti in cui si ha la voglia ed il bisogno di stare soli arrivano.

 

Viola mi scrive quattro volte al giorno

Nell’ultimo mese Viola non ha scritto.
Le ho chiesto il perché e, dopo qualche giorno di motivazioni poco valide – del tipo avevo troppo freddo per allontanare le mani dalla stufa – mi ha detto: ”perché io le amo le parole”.
Ora, una qualsiasi persona non vedrebbe il nesso, ma io Viola la conosco, so quanto ci pensa alle cose, so che pensa decisamente troppo (addirittura è convinta che il numero 4 la perseguiti) e, quindi, so che quell’affermazione aveva un che di logico.
Infatti, credo che lei non abbia scritto per proteggere le parole che così tanto professa di amare.
Mi ha confessato che più volte ha sentito il bisogno di scrivere, perché il peso di un determinato periodo le gravava troppo sulle spalle
e sulla pancia e sulle ginocchia e dappertutto.
Così, voleva scrivere per lasciare andare via un po’ di quel peso attraverso le parole.
Ma non lo ha fatto.
Perché è così che fai quando ami qualcosa: ci rinunci, impari a farne a meno, le eviti di avvicinarsi al dolore.
Viola vuole essere uno strumento per le parole. Vuole che si manifestino tramite lei e che prendano forma mediante le sue mani.
Non scrivere ha significato proteggere la scrittura. Ha fatto in modo, cioè, che le parole non divenissero partecipi di quel determinato periodo.
Come una madre dedita e presente, quindi, Viola non ha scritto, ma scrive ora.
Non certo perché può dirsi pronta o perché ritiene di aver superato quel determinato periodo. Ma sono proprio le parole che le stanno chiedendo di uscire; e lei le lascia andare.
Sabato mattina Viola mi ha detto di aver deciso di non tenerle più al sicuro, perché sente di non utilizzarle più per una propria necessità: è di nuovo lei il loro strumento.
Così, sempre un po’ nostalgica di ciò che ha scelto di perdere,
sempre incline ai tentativi di rubare il passato,
sempre propensa a vivere come una ladra del lasciato andare,
Viola ha finalmente cacciato le sue figlie.
Però, deve capire che non tutte le cose hanno la pazienza di ritornare dopo che sono andate lontano.
Funziona un po’ come il tubetto di dentifricio: come si fa a mettere di nuovo dentro ciò che è uscito?
Non si può. Io non posso, tu non puoi e nemmeno Viola può.
Deve soltanto prenderne coscienza.
È questione di tempo, di periodi, di numeri.
Magari un multiplo di 4.

Eschilo e Viola

Vorrei invitarvi a riflettere sul significato del verbo “compiere”.
Esso viene usato per indicare la conclusione di qualcosa: “missione compiuta!” vuol dire “missione fatta, finita, completata”.
Quindi, se un tizio, che chiamerò Eschilo, oggi compie 21 anni, è chiaro che ieri era il suo ultimo giorno da ventunenne, oggi conclude il ventunesimo anno di vita ed inizia il ventiduesimo. Non è che non mi ricordo quanti anni COMPIE Eschilo!
Siamo convenzionalmente portati a sbagliare, ma da ciò non deve nascere un immobilismo di pensiero.
Perciò, lettori di questo post, non siate pigri intellettualmente e rinnovate, anzi, correggete le vostre abitudini (e non parlo di quelle concernenti le azioni che, personalmente, adoro e di cui non potrei fare a meno); perché una consuetudine deve rappresentare soltanto la direzione che un’idea deve prendere, non una catena che ne condanna il movimento.

Ho scelto di chiamare il ventunenne in questione Eschilo, per riscattare almeno un po’ il grande tragediografo greco. Il celebre morì ad appena quaranta anni colpito in testa da una testuggine che un uccello fece cadere dal suo becco.
Perché il poverino era calvo e l’uccello voleva spaccare la testuggine su un sasso per poi mangiarla. Fu colpito volontariamente, perciò. L’uccellaccio scambiò il lucido capo del malcapitato tragediografo per una pietra molto liscia.
Probabilmente era una vicenda che veniva raccontata all’epoca per designare una punizione dall’alto e, quindi, consigliare di non far arrabbiare “gli dei” scrivendo qualcosa di tracotante, ma resta il fatto che Eschilo è passato alla storia come vittima di una morte a dir poco ridicola.
Mi sembrava opportuno fargli un piccolo regalino.

Non è vero. Volevo solo far vedere che ho fatto il liceo classico.

Viola risponde ai bambini

Sono più che certa che almeno una volta un bambino vi avrà fatto qualche domanda scomoda.
A me è capitato parecchie volte e, siccome sono sempre stata affascinata dagli studi eziologici, mi sono divertita ad inventare tante storie per rispondere ai loro sfrontati quesiti.
Di fronte all’evidente imbarazzo del genitore, che si manifesta con delle scuse nei miei confronti oppure con un richiamo severo al figlioletto, ci sono quegli occhioni innocenti del bambino, da cui traspare una violenta e sfacciata curiosità. Personalmente, adoro quest’ultima, ritengo che sia meravigliosa, perché non è delimitata da quelle convenzioni che si acquistano con l’età.
La curiosità dei bambini è un fiume in piena, va tutelata e perfino incrementata. Così, avranno un bellissimo ricordo della loro infanzia e racconteranno di quando gli venne detto che nella gelateria Gallo chiunque fosse entrato urlando ”Chicchirichì”, avrebbe avuto un gelato a sette gusti.
Pertanto, vi presento alcune risposte (alcune utilizzate per davvero ed altre non ancora) del tutto incredibili e folli per un adulto, ma non meno innaturali di una passeggiata sulle acque.

1) “Ma perché cammini così?”
”Se proprio lo vuoi sapere… perché da piccola non mangiavo il cavolo.”
Questa è la risposta standard, usata più e più volte, con variazione dell’ortaggio.

2) ”Ma perché cammini così?”
”Ti dico un segreto, ma devi promettermi di non dirlo a nessuno. Io sono una sirena. Infatti, in acqua so cavarmela, è sulla terraferma che ho qualche difficoltà.”
L’espressione che fanno è impagabile. Sbalorditi, increduli.
Qualcuno un po’ più sveglio mi ha anche detto ”Non è vero! Le sirene non esistono.” , ma a quel punto occorre tanta faccia tosta ed esclamare ”Toccami il braccio! Vedi che esisto?”

3) ”Ma che cos’hai?”
‘’Tante cose: capelli lunghi, un cagnolino, tanti vestiti… Puoi essere più specifico?”
Questa risposta l’ho sperimentata sia con i bambini che con gli adulti. I bambini sorridono e vanno via col sorriso, gli adulti nascondono la loro vergogna con un ”Niente…”.
Le curiosità infantili vanno incoraggiate e ripagate con un sorriso, ma quelle adulte non sono altro che esempi di impertinenza celata da sfacciataggine.

4) ”Che cos’hai?”
”Ho i piedi troppo pesanti, perché da piccola mangiavo troppe caramelle e, visto che non entravano tutte nel mio pancino, sono andate a finire nei piedi che ora pesano troppo.”

5) ”Perché cammini così?”
”Perché da piccola mi trattenevo le cose. Domande, lacrime, rabbia. Crescendo, si sono accumulate sulla pancia ed, ormai, è proprio come se avessi un prosciutto intero attaccato sulla pancia. Provaci tu a camminare così!”
E sorridono, è bellissimo.

6) ”Che ti è successo?”
”Devi sapere che quando ero piccola non volevo imparare la tabellina del 9. Allora, me la scrissi sulle mani con una penna trovata a terra e mi uscirono talmente tante bolle piene d’aria che, se non resto seduta, volo.”

7) ”Ma che cos’hai?”
Provate a raccontare questa storia: ”C’era una volta una bambina che non rispondeva alla mamma. Andavano a spasso in spiagge silenziose o in posti affollati ed ogni volta in cui la madre la chiamava, lei non rispondeva, pur sentendo la voce preoccupata della madre. Forse perché si divertiva a disobbedire. C’era qualcosa di accattivante nella trasgressione e la bambina ne percepiva il fascino fin dalla tenera età.
Ora, tutti sappiamo che ogni bambino nasce e cresce legato alla madre: il legame diviene meno visibile con l’avanzare dell’età, ma persiste e nessuno può negarlo. Ed è proprio quell’asta invisibile che avvicina i due corpi che la protagonista di questa storia fece spezzare.
Infatti, non rispondendo alla madre, la bambina interruppe quel nesso e provocò la separazione dell’asta invisibile. Ormai divisa in due parti, l’asta cadde, colpendo i miei malcapitati piedi e ferendomi. Da allora i miei piedi sono doloranti.
Perciò, non andate in posti affollati disobbedendo o facendo preoccupare la mamma, perché si rischia di ferire qualcuno e di separarsi definitivamente dalla propria madre.”

Quando la sensibilizzazione Viola la sensibilità

Oggi vi racconto una breve storia che ha per protagonista una mia cara amica, una ventiduenne molto carina con cui c’è stata una gran confidenza fin da subito.

Poco tempo fa succede che Melania, dotata di tagliando per disabili, parcheggia in un posto apposito, segnato da strisce gialle, per intenderci.

Sbriga le sue faccende nel tempo che richiedono ed, in compagnia di un’amica, ritorna alla sua auto.

Lì, sullo specchietto laterale sinistro, trova un adesivo che ritrae il classico logo per disabili accompagnato da una didascalia, a cui lei non fa caso, però.

Questo perché si sente ferita. Qualcuno le ha marchiato l’auto con qualcosa che ha già dovuto accettare.
Infatti, la sua disabilità è piuttosto recente: nuova quanto basta per fare male ancora.
Ci convive da sempre, ma gli effetti del suo handicap si stanno manifestando da poco tempo.

A mio avviso, se la sua condizione fisica le fosse stata totalmente estranea o se fosse stata abituata ad essa, probabilmente quell’adesivo non l’avrebbe toccata più di tanto.

È la familiarità con qualcosa che permette di dosare il suo peso; mentre, è la poca dimestichezza che rende quel qualcosa un vero e proprio macigno.
Sembra quasi quel timore mattutino nel mettere i piedi nudi sul pavimento: l’impatto iniziale risulta sempre brusco, ma pian piano ci si abitua.

Ritornando al pomeriggio di Melania e all’adesivo, bisogna dire che, anche se le etichette sono per le scatolette di tonno e non per le persone (come afferma il personaggio  di Liz in Nip/Tuck), esse sono talvolta necessarie per una più semplice vita. Ciò non toglie che un’etichetta o un segno, che dir si voglia, è qualcosa che porti addosso, che si cicatrizza col tempo.

Ma, a questo punto, mi pare ovvio interrogarmi su una cosa: essendoci già un segno sulla macchina di Melania (quello del tagliando per disabili), essendo, quindi, già stato metabolizzato l’essere categorizzati, qual è la ragione per cui serva metterne un altro illecitamente?

Il punto che ha infastidito Melania è proprio questo.

”Anche se la disabile non fossi stata io, ma una persona che in quel momento si trovava con me, mi sarebbe dispiaciuto ugualmente. Disabile o no, non mi interessa.” mi ha detto. Dopodiché mi ha spiegato ”Sulla mia auto avevo esposto il tagliando per invalidi, per cui ho palesato la presenza di una persona con delle difficoltà. Non riesco a capire il motivo per il quale un passante abbia deciso di ribadire la mia disabilità, o di chiunque altro fosse stata.”

Non sono riuscita a dare una spiegazione a Melania. Il mistero rimane irrisolto.

C’è da dire, però, che l’adesivo in questione riportava una frase ”Qui non posso entrare”.

Sembra chiaro che fosse uno dei tanti adesivi da affiggere all’entrata di negozi o affini che presentano un qualsiasi tipo di barriera architettonica. Era quindi uno strumento per diffondere un importante messaggio, un tentativo di sensibilizzare, trasformare, aprire gli occhi.

In effetti, la maggior parte dei luoghi urbani sono  sprovvisti di pedana removibile e sono, invece, muniti di gradini, i quali non consentono l’accesso a persone in carrozzina, a meno che queste ultime non siano aiutate da altri.
La semplice applicazione di un adesivo del genere rinvia alla speranza che qualcosa si muova, cambi.

Se il gesto di cui è stata  spettatrice e bersaglio Melania mirava a sensibilizzare, mi chiedo una cosa: tu, passante, sensibilizzi un portatore di handicap? Melania aveva appoggiato il cartellino per disabili sul vetro della sua auto, era in bella mostra. Per di più, le macchine circostanti erano prive dei suddetti adesivi. Che senso ha avuto la tua azione? Vuoi far aprire gli occhi soltanto a chi ce li ha già aperti?

Non posso non pensare alla scena di Arancia Meccanica in cui Alexander è costretto a guardare quegli spezzoni di violenza.

A volte basterebbe chiudere gli occhi, almeno per un attimo. Un battito di ciglia per cambiare punto di vista. Coprirsi gli occhi con le mani per scegliere di non guardare.

Diciamo che il sensibilizzatore manca di sensibilità, anzi, diciamola tutta: il passante non aveva fini sensibilizzatori, altrimenti avrebbe condiviso il messaggio con altri, applicando l’adesivo anche sulle auto vicine o nei luoghi opportuni (i negozi o i bar con ostacoli architettonici).

È stata una bravata, dai. Un’opera di riciclo… ”Mi sbarazzo di questo adesivo mettendolo sullo specchietto di quest’auto, tanto ha già un disabile a bordo.” avrà pensato.

Giustissimo.

Dov’è andato a finire quell’unico neurone che avevi, passante?

Qual è la vostra scusa?

Gli ultimi anni sembrano dar spazio ad una realtà che troppo spesso è rimasta nell’ombra: la disabilità.
Film, canzoni, spettacoli e rappresentazioni di ogni tipo raccontano storie di vita quotidiana e non, che vedono uomini e donne disabili come personaggi principali.
Questo è assolutamente un passo in avanti, un sintomo di cambiamento, l’esito positivo di un processo di sensibilizzazione che dura ormai da un po’.
Non per smorzare gli entusiasmi di chi legge, ma è mio compito dichiarare che purtroppo gli intrecci di queste nuove storie si riducono sempre al solito andirivieni di eventi.
Qualunque tipo di relazione narrata in queste mutate forme d’arte si interrompe per un avvenimento spiacevole che coinvolge il disabile protagonista.
Spesso quest’ultimo si fa portavoce di massime e di consigli per vivere meglio la vita, che poi egli stesso non segue.
Come si può invitare qualcuno a vivere a pieno la sua vita, se non si ha il coraggio di vivere la propria?
Scegliere di non vivere per evitare di fare i conti con la vita, non è una scelta.
Bisogna raggiungere consapevolezza delle proprie capacità, non darsi mai per vinti ed essere sempre in grado di adattarsi.
Pensare costantemente a ciò che non si ha non serve a niente; occorre, invece, quantificare e valutare ciò che si ha a disposizione e farne uno strumento di vita.
Trovate le vostre possibilità o createvele, poi utilizzatele.
Un altro elemento ricorrente è il momento di vittimismo, in cui il personaggio disabile si commisera, perché la sua vita non è più ”come era prima”.
Vorrei sottolineare quanto è deleterio il messaggio che trapela in questi casi e, proprio per rimediare a ciò, non sto nella pelle per avanzare una proposta: vorrei inserire una voce fuori campo nella messa in scena di turno. Questa voce, con fare annoiato, come una commessa che si ritrova a rispondere sempre alla stessa domanda, esclamerebbe: ”Ma non mi dire…”.
Un tocco di ironia per smorzare quei soliti dialoghi pregni di pietismo.
Sveglia! La vita è una, vivi!
Mettendo da parte questi suggerimenti che assolutamente non mi competono, mi rendo conto di quanto un cambiamento non voluto possa fare male, ma lamentarsi della propria realtà senza darsi da fare per cambiarla o, semplicemente, per vederla in modo diverso è una perdita di tempo.
”Ma che ti lamenti? Pigghia nu bastune e tira fora li denti.”, scriveva Modugno ed aveva tutto il mio appoggio.
È chiaro che ogni fase di reazione personale è preceduta da una pars destruens, un periodo, cioè, che ci demolisce, ci fa a pezzi. Ma dopo c’è il bello.
La cura, cari lettori, posticipa necessariamente il dolore.
La sofferenza va vissuta, va sentita addosso, va percepita totalmente. Soltanto così si è consapevoli di se stessi e delle proprie capacità. Da lì, basta rialzarsi.
Detto questo, spero di avervi trasmesso un messaggio positivo: non fate delle vostre difficoltà delle scuse per non vivere.

Viola sa tornare a casa

Ho sempre creduto che, se gli eventi della vita mi avessero separato dalla persona che mi fa da bussola, mi sarei persa.
Una volta allontanata dal mio punto di riferimento, avrei abbandonato la consapevolezza di me stessa e dei miei progetti. Ma temporaneamente.
Infatti, sapevo che, dopo la caduta nell’abisso privo di riferimenti, ne sarei uscita; insomma, mi sarei persa, ma poi mi sarei ritrovata.
Inoltre, ero convinta – e lo sono ancora – che lo smarrimento di sé va vissuto e, per di più, va vissuto in solitudine, sentendo il peso di ogni lacrima, immergendosi totalmente nella malinconia provocata dall’assenza e avvertendo il dolore concretamente. Soltanto così una persona può recuperare gli strumenti adibiti ad andare avanti.
In altri termini, sono sempre stata sicura di dovermi perdere per ritrovarmi (anche perché, senza smarrire la strada, manca proprio il presupposto ideologico per un eventuale ritrovamento).
Procedendo da questa certezza, oggi stavo riflettendo su un umano errore – da cui non imparo mai! – : credere che la persona che funge da bussola in un determinato periodo di vita sia altra da noi stessi.
In questo modo, lo smarrimento di sé risulterebbe dalla perdita dell’altro.
Ma davvero una relazione di qualunque tipo si riduce a questo? Al sacrificio del proprio io?
Non è possibile, ci sono troppe cose che coinvolgono il soggetto in prima persona: l’espressione di un proprio punto di vista, il proprio modo di reagire ad una brutta notizia…
Così, l’unica soluzione che il silenzio notturno mi suggerisce è di evitare quell’umano errore, poiché sarebbe meglio concentrarsi sul proprio senso dell’orientamento e non affidarsi completamente ad una persona-bussola. Dopotutto, una bussola è un artefatto ed, in quanto tale, il suo operato può essere dubbio o essa può smettere addirittura di funzionare. Proprio per ripararsi da questi eventuali inconvenienti, occorre all’uomo non delegare la guida della strada da percorrere, ma far leva sulla propria capacità di orientarsi.
C’è poco da fare: le bussole indicano il Nord e, se io voglio tornare a casa, devo orientarmi da sola.